La tragedia del naufragio del Titanic

Centoundici anni fa, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, mentre si trovava nel pieno dell’oceano Atlantico dirigendosi verso New York, il transatlantico Titanic, l’inaffondabile, si inabissava dopo aver colpito un iceberg.

All’alba del Novecento quello europeo era un popolo ubriaco di tecnologia, di spirito avventuriero e di spostamenti prima d’allora ritenuti impossibili. Era l’epoca della belle époque, l’epoca “bella” per eccellenza. Jules Verne nel 1872 aveva immaginato il giro del mondo in ottanta giorni e soltanto pochi anni più tardi c’era chi riusciva a compierlo impiegando la metà di quel tempo. Si sognavano viaggi al centro della terra, sulla Luna e sotto i mari, possibili, in futuro, grazie ai potenti razzi e ai veloci sommergibili, e la favolosa euforia per il progresso era portata dalle incredibili nuove conquiste tecnologiche.

Il Titanic e l’apoteosi del commercio transatlantico

Nei primi anni del Novecento, intanto, il commercio transatlantico di passeggeri era altamente redditizio e competitivo, con linee di navi che si contendevano il trasporto di viaggiatori facoltosi. La linea principale era la Cunard Line che, nell’estate del 1907, sembrava pronta ad aumentare la propria flotta con il debutto di due nuove navi, la Lusitania e il Mauretania. Le due navi passeggeri erano rivoluzionarie, soprattutto per la velocità prevista ed entrambe avrebbero stabilito un nuovo record nei freddi mari dell’Oceano Atlantico. Cercando di rispondere al suo rivale, il presidente di White Star Line, J. Bruce Ismay, incontrò William Pirrie, il quale controllava la società di costruzione navale di Belfast.

I due uomini escogitarono un piano per costruire una classe di navi di grandi dimensioni, le quali sarebbero state note per la loro comodità invece che per la loro velocità. Alla fine fu deciso che sarebbero state costruite tre navi: la Olympic, il Titanic e il Britannic. Il 31 marzo 1909, circa tre mesi dopo che i lavori iniziarono sull’Olympic, la chiglia fu posata sul Titanic. Le due navi furono costruite fianco a fianco in un cavalletto appositamente costruito che poteva ospitare le loro enormi dimensioni, formidabili e senza precedenti. Le navi gemelle furono in gran parte disegnate da Thomas Andrews, capo del reparto di architettura per la società di costruzioni navali Harland e Wolff.

Il varo del Titanic

Dopo il completamento dello scafo e della sovrastruttura principale, il Titanic fu varato il 31 maggio 1911. Iniziò quindi la fase di allestimento, con il caricamento dei macchinari sulla nave e l’inizio dei lavori interni. Mentre si preparava a intraprendere il suo viaggio inaugurale, il Titanic era una delle navi più grandi e imponenti del mondo. Aveva una stazza lorda di 46.328 tonnellate e, a pieno carico, la nave ne pesava più di 52.000 ed era lungo 269 metri e largo 28 nel suo punto più ampio.

Il grande transatlantico della White Star Line partì da una Southampton in festa per la sua traversata inaugurale il 10 aprile 1912. Il viaggio cominciò quasi con una collisione, causata dall’enorme stazza del Titanic, evitata dopo un’ora di manovre che permisero al transatlantico di lasciare il porto. La sera la nave si fermò a Cherbourg, in Francia, ma il molo della città era troppo piccolo per ospitare il Titanic, quindi i passeggeri dovevano essere traghettati da alcune navi più piccole. La mattina dell’11 aprile il transatlantico effettuò l’ultima fermata prevista in Europa, a Queenstown, in Irlanda. All’una e mezza del pomeriggio il Titanic, tagliando in due l’Atlantico e puntando verso New York, cominciava il suo primo e ultimo viaggio.

L’inaffondabile

Il Titanic era allora, con la sua imponente stazza, l’ultima parola della tecnica navale britannica. Mai si era visto uno scafo di acciaio così enorme fiorire tanto rapidamente tra i capannoni e le gru infaticabili. Il Titanic era destinato alla linea di New York, al trasporto dei milionari americani ed europei e per loro la White Star aveva allestito il transatlantico più lussuoso al mondo. Superate le scalette i passeggeri potevano ammirare le cabine decorate di damaschi veri, fumoir stile egizio, il Gymnasium, il lido sopra coperta e ascensori tra un ponte e l’altro; tutti i ritrovati escogitati dalla tecnica navale associata all’industria alberghiera. Il massimo confort e la massima sicurezza.

I compartimenti stagni del Titanic erano stati celebrati come una meraviglia. Possedevano saracinesche automatiche, che potevano essere manovrate e chiuse tutte insieme dal ponte di comando, premendo un solo bottone, e ognuna di esse era provvista di galleggianti che, allagandosi il suo compartimento, la facevano chiudere. I cartelloni e i giornali lo annunciavano a gran voce: “Il Titanic era una nave inaffondabile”. Tutti ammiravano compiaciuti quell’enorme costruzione di acciaio laccato e lucente. Il viaggio inaugurale si annunciava un trionfo. Duemilatrecentoquaranta passeggeri a bordo, dozzine di milionari e il comandante Smith che era salito a bordo della nave con in tasca un messaggio dei capi della White Star: “Presto, fare presto. Fare assolutamente presto, in modo da battere fin le speranze dei concorrenti tedeschi del Norddeutscher Lloyd”.

Il viaggio inaugurale

I primi tre giorni e mezzo di viaggio furono regolarissimi. Tuttavia, durante gran parte del viaggio, gli operatori radio Jack Phillips e Harold Bride avevano ricevuto messaggi di avvistamento iceberg. I due uomini lavoravano per la Marconi Company e si preoccupavano maggiormente di trasmettere i messaggi dei passeggeri. La sera del 14 aprile il Titanic, che vedeva in quell’occasione per l’ultima volta la calda luce del sole, iniziò ad avvicinarsi a un’area nota per la presenza di iceberg. Il capitano Smith modificò leggermente il corso della nave per dirigersi più a sud mantenendo la stessa velocità. Alle 21:40 i marconisti del Mesaba inviarono al Titanic un avvertimento riguardo la presenza di un enorme iceberg nella sua direzione ma il messaggio non fu mai trasmesso al capitano del Titanic. Alle 22:55 il vicino Leyland californiano comunicò che si era fermato dopo essere stato circondato dal ghiaccio. Phillips, che stava gestendo i messaggi dei passeggeri, sgridò il collega californiano per averlo interrotto.

Due uomini dell’equipaggio, Frederick Fleet e Reginald Lee, erano di vedetta sulla prua del Titanic. Il loro compito era reso difficile dal fatto che quella notte l’oceano era insolitamente calmo e gli iceberg sarebbero stati più difficili da individuare. Inoltre, mancavano i binocoli. Verso le 23:40, a circa settecentoquaranta chilometri a sud di Terranova, in Canada, il Titanic si trovò improvvisamente davanti a un iceberg. Il primo ufficiale William Murdoch ordinò di invertire i motori e di virare a sinistra. Il transatlantico iniziò a girare, ma era troppo vicino per evitare una collisione: il lato di dritta della nave raschiava sull’iceberg. Almeno cinque dei compartimenti stagni verso la prua furono lacerati.

Il naufragio del Titanic

I passeggeri del Titanic ballavano e brindavano nelle lussuose sale, quando un lieve sobbalzo dello scafo fece uscire qualche passeggero sulla passeggiata per vedere cosa fosse successo. Ai loro occhi appariva un grande iceberg, scuro e basso, che rapidamente passava lungo il bordo. Siccome faceva freddo, quelli che erano usciti rientrarono e la festa continuò. Dopo qualche minuto, quelli che non ballavano notarono che il pavimento della sala era inclinato.

Presto le preoccupazioni lasciarono il posto alla fiducia sull’inaffondabile. Le paratie stagne, le saracinesche e tutti gli altri congegni, ultimi ritrovati della tecnologia, facevano del Titanic una nave davvero inaffondabile. Ma le coppie si fermarono. I ballerini smisero di dare retta all’orchestra che continuava a suonare canzonette allegre. Nel frattempo lo sbandamento si accentuava. Poi, d’un tratto, dal corridoio che dava sul salone da ballo, una voce gridava: “Soccorso! Soccorso! Affondiamo da prua!”. In tre ore circa era tutto finito. Su duemilatrecentoquaranta passeggeri se ne salvarono soltanto settecento, ripescati mezzo assiderati dalle piccole navi accorse alle chiamate disperate degli S.O.S.


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