L’Italia alle prese con i fantasmi coloniali del passato, getta un’ombra sul futuro

In un mondo che cambia, anche l’Italia dovrà farlo. Mutato il contesto internazionale nell’arco dei due anni tra 2022 e 2024, tra guerra in Ucraina e scompiglio in Medio Oriente, l’incertezza per il futuro cresce. Il ritorno delle tensioni internazionali, lo sbiadimento del faro statunitense al quale volgere lo sguardo per tracciare la rotta della nostra politica estera e il tema dell’impreparazione militare alle nuove sfide che potrebbero porsi, comporterà cambiamenti. In che direzione spetta noi stabilirlo.

Gi eventi in cui l’Italia si trova suo malgrado coinvolta potrebbero portare il Bel Paese a realizzare di non conoscersi abbastanza, di non avere la necessaria fiducia in sé che viene richiesta in tempi difficili, durante le tempeste. Per avere un’idea di futuro chiara bisogna avere autocoscienza. Cioè conoscere il proprio passato, saperlo leggere e comprendere. E con il passato, si intende la Storia. La nostra Storia. Ma non solo quella della genesi del nostro paese, né direttamente quella delle due guerre che ne hanno segnato più sfortune che fortune. A queste ne va aggiunta un’altra più omessa, mistificata, a volte rimpianta ma molto più spesso semplicemente dimenticata ed ignorata.

La Storia del colonialismo italiano.

Il colonialismo italiano

Ma come leggerla? Come comprenderla? Come interpretarla?

Più di qualche lettore avrà beffardamente riso di fronte l’entrata in scena del colonialismo italiano. Colonialismo straccione per alcuni.[1] Poco studiato, poco interessante per molti. Ininfluente per quasi tutti.

Eppure, quegli anni della nostra Storia hanno ancora molto da insegnarci e quel poco dibattito intorno al tema ci racconta molto di noi, come popolo. Ma non solo. Questo tema racconta ancora di più di noi come meta-popolo, cioè mondo occidentale nel senso ampio del termine. Il lettore che non apprezza le semplificazioni troverà limitante parlare di occidente e non occidenti. Ma dovrà pur riconoscere la comune esperienza coloniale e post-coloniale dell’Europa e degli Stati Uniti e quindi chiudere un occhio sull’audace semplificazione.

Ma è utile indagare di più al riguardo.

Un revisionismo storico

Il 12 aprile 2024 in via Acca Larenzia si è tenuta una conferenza sul colonialismo italiano. Il luogo è simbolo della militanza post-fascista[2] in quanto nel 1978, tra quelle mura dei palazzoni di Roma, vennero uccisi tre giovani appartenenti al Movimento Sociale Italiano, da parte di avversari politici dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale, un movimento di estrema sinistra. Altri tempi, altra storia. Anni in cui la violenza politica insanguinava le piazze e la cieca ideologia infiammava i cuori. Tempi lontani, per fortuna.

La conferenza sul colonialismo italiano si è svolta, quindi, in un vero e proprio tempio dell’estrema destra, accanto una targa commemorativa della strage avvenuta nel 1978. All’interno, croci celtiche dipinte sui muri e una grande foto del Duce appesa sulla parete. Al contrario del resto d’Italia, qualcuno lì il passato ama ricordarlo.

La conferenza è stata aperta da un lungo sproloquio squisitamente politico di Domenico Gramazio, già senatore della Repubblica fino al 2013 per il Polo della Libertà. Ma il vero relatore era Alberto Alpozzi, fotoreporter, giornalista in teatri di guerra come Afghanistan e Somalia e negli ultimi anni, studioso e saggista della storia coloniale italiana.

Alberto Alpozzi

Alpozzi ha il grande merito di condurre ricerche di prima mano e di studiarlo veramente il colonialismo. Momento storico su cui sicuramente entrambi concordiamo: poco studiato, spesso mistificato e male interpretato. Vittima di ideologie e strumentalizzazione. Ma ci sono dei problemi nel modo in cui Alpozzi maneggia questa Storia e sta nella sua macro-visione, nella sua interpretazione e comprensione. Fulgido esempio di questa controversa interpretazione, si trova in una delle molte accuse nei confronti della narrazione dominante attorno al colonialismo: “la storia coloniale italiana viene compressa all’uso dei gas e alla guerra d’Etiopia.”

Reductio ad fascismum

A livello mediatico, queste vicende, sono quelle che più vengono ricordate, in quanto acme dell’esperienza coloniale italiana. Nella coscienza collettiva, forse, è l’episodio più conosciuto. Ma a livello accademico, nessun serio lavoro sul colonialismo si limita a quello. Molte pubblicazioni retro-datano l’esperienza coloniale italiana alla fine dell’Ottocento. Da Del Boca a Labanca, passando per numerosi autori minori nessuno si limita a circostanziare a quell’evento il colonialismo italiano. [3]

L’attribuzione di ogni male coloniale al fascismo (reductio ad fascismum?) è stata un’operazione politica condotta dalla sinistra italiana che dopo aver perso le colonie durante la Seconda guerra mondiale, ha tentato di scaricare ogni responsabilità e ogni colpa su quel regime politico responsabile di aver portato l’Italia alla disastrosa sconfitta. Tant’è che il tentativo della politica italiana del paese de-fascistizzato fu quello di conservare i possedimenti coloniali prefascisti (Libia, Eritrea e Somalia), rendendosi disponibili alla rinuncia della sola Etiopia, in quanto conquista dell’epoca fascista dalla quale l’Italia voleva prendere le distanze dal ‘45 in poi. [4]

Quest’operazione politica che Alpozzi fa bene ad avversare ha avuto un arco di vita ormai concluso, in quanto smascherata dai testi della storiografia coloniale italiana che ormai possiamo chiamare classica, alla quale Alpozzi propone una nuova storiografia revisionistica. E intendiamoci. Il revisionismo è cosa buona e giusta nella disciplina storica, perché può aiutare a mettere in dubbio false realtà consolidate o dare nuove interpretazioni più attigue alla verità storica dei fatti. Ma un revisionismo condotto in questo modo, non permette di leggere correttamente quel passato con cui fatichiamo a fare i conti e che non ci consente di andare avanti, verso il futuro del paese.

Attribuire ogni errore del colonialismo italiano al fascismo è tanto errato quanto assolvere il colonialismo italiano perché fenomeno inserito nella più larga ottica della cultura europea e della tradizione filosofica e universalistica del continente. Spieghiamo.

Alpozzi, tanto nelle sue pubblicazioni quanto nella conferenza, fa bene a ricordare che la matrice culturale del colonialismo in generale e italiano in particolare è tutta europea e annovera la filosofia positivista di Comte e le posizioni di Tocqueville o di Engeles favorevoli al colonialismo.[5] E la letteratura scientifica al riguardo, negli ultimi decenni, si è arricchita molto. Edward Said ha prodotto un vero e proprio affresco di autori, studiosi, filosofi, scienziati, pensatori ed esploratori che hanno costruito l’impalcatura culturale che potesse sostenere lo sforzo coloniale europeo.[6]

Di conseguenza possiamo affermare che la letteratura sul tema, oggi, non attribuisce all’Italia fascista ogni male coloniale e non isola l’Italia dall’esperienza delle altre potenze europee che pure si resero complici di quel grande fenomeno imperial-coloniale che durò secoli e coinvolse non solo il Bel Paese, ma molti altri come Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Francia, Gran Bretagna e Germania. A questo punto, piuttosto che procedere con una condanna del tutto, Alpozzi tenta di ribaltare la prospettiva: se la Francia aveva fino a poco tempo fa una legge che prescrive di dover insegnare gli aspetti positivi della sua opera di civilizzazione durante il periodo imperial-coloniale[7], allora anche noi italiani dovremmo smettere di vergognarci del nostro passato e riconoscere invece gli aspetti positivi di quel passato, che pure ci furono. Strade, ponti, ferrovie, telecomunicazioni, opere agricole, fiumi di denaro riversati in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. Alpozzi sceglie però non tanto di omettere, quanto di sminuire il fatto che tutto ciò fu condotto con l’idea che un giorno si sarebbe potuto godere del frutto di quegli sforzi beneficiando la madrepatria e la popolazione italiana di cui si tentava un trasferimento in loco. Quindi, lo scopo era di accrescere la nazione più che accrescere lo status e le condizioni di vita degli altri popoli. Per capirlo occorre però andare oltre la propaganda dell’epoca, da cui Alpozzi non attinge solo le meravigliose e imbattute grafiche che seducevano all’epoca e che potrebbero sedurre oggi, ma anche gli slogan, i messaggi e gli insegnamenti.

Nessuno può dirci cosa sarebbe successo se il colonialismo italiano fosse durato cento o duecento anni per vedere lo sviluppo di quelle colonie. Ma si pecca di ingenuità o malafede se si argomenta che quegli investimenti sarebbero andati a beneficio della popolazione locale, in quanto l’Italia degli anni 30, specie sulla fine di quel decennio, aveva ben chiara la gerarchia razziale che doveva far rispettare. La direzione in tal senso era stata presa. Ne sono un esempio le leggi razziali o il divieto di madamato proprio in colonia.[8] E certamente, il razzismo del fascismo non fu una parentesi nella storia italiana come sostenne qualcuno[9], ma un fenomeno molto più subdolo e largamente diffuso non tanto nella sola Italia ma nell’Europa intera con specificità proprie della cultura positivista otto-novecentesca. Fu in questo clima culturale che emersero prima il colonialismo e poi il fascismo in Italia. Tutto ciò non assolve e giustifica, semmai il contrario. Si dovrebbe usare questa evidenza per condannare tutto quel pezzo di Storia. Sineddoche storica, dove il razzismo del colonialismo fascista fu una parte ben rappresentativa della cultura europea già fortemente razzista, ma con una particolarità: l’istituzionalizzazione e la tendenza totalizzante nonché antidemocratica e antiliberale. Ecco i veri punti di svolta del fascismo rispetto al colonialismo e alle tendenze del resto d’Europa. In questo il fascismo – e il nazismo ancora meglio – furono innovativi. Cioè nel saper istituzionalizzare e rendere totalitario un qualcosa che negli altri imperi (coloniali) era in nuce. In sostanza, un’innovazione nel senso di passo avanti più che di novità in altre direzioni. E ce ne vuole di coraggio e fantasia per sostenere – come fa Alpozzi – che la canzone Faccetta Nera, inno del colonialismo razzista e paternalistico benevolo sia in realtà una canzone che <<dovrebbe piacere alla sinistra>> per le componenti <<antischiaviste e antirazziste>>[10].  Tutto il contrario semmai, dato che dare ad un popolo <<un’altra legge e un altro Re>> ha il sapore quantomeno di una libertà relativa. Tanto meno <<la tua bandiera sarà sol quella italiana!>> può significare cittadinanza, dato che nessun impero coloniale ha mai concesso cittadinanze ai colonizzati, figurarsi se poteva farlo l’impero fascista. Beato chi ci crede(va).

La missione civilizzatrice occidentale

Durante la conferenza, un altro momento galvanizza a pieno la narrazione metastorica attorno la cultura coloniale dell’occidente. Spieghiamo.

In un passaggio, Alpozzi porta un esempio sembrando quasi di volerlo prendere come per estremo e assurdo, ponendo in parallelismo due eventi storici. Prendendo per vero l’invasione statunitense dell’Afghanistan come opera di esportazione della democrazia con l’intento di stabilizzare e pacificare quell’area del mondo – sostiene Alpozzi – allora anche l’Italia fece lo stesso nelle sue colonie, pacificando manu militari terre claniche e tribali in perenne lotta tra loro. Il ragionamento che ne consegue, quindi, è che non condannando l’operazione statunitense in Afghanistan, non dovremmo condannare nemmeno le operazioni di polizia coloniale – quando non le guerre – italiane.

Ed ecco che l’assoluzione è compiuta, portata a termine e servita per tutti su un piatto d’argento. Portata principale del pasto. Liberi gli americani di oggi, liberi gli italiani di ieri. Ma c’è un problema.

Alpozzi non considera che anche la visione a stelle e strisce del mondo è viziata da un sostrato di universalismo civilizzatore di cifra e matrice europea. Piuttosto che assolvere entrambi, dovremmo condannare entrambi i meccanismi, cioè quelli tutti occidentalisti di dover insegnare al resto del mondo come si fa la pace e di come si sta al mondo. Missione civilizzatrice di cui ci siamo sobbarcati tutti, inglesi, francesi, italiani e quindi europei, ma infine anche americani. Fardello dell’uomo bianco, scrivevano grandi autori.[11] E se gli ideali possono essere considerati nobili, non pare che gli esiti lo siano altrettanto. Anche se il tentativo di certe storiografie revisioniste tenta di dimostrare il contrario adducendo all’opera civilizzatrice la costruzione di infrastrutture.

Chiediamoci: perché gli italiani andarono in Africa?

Per molte ragioni. Per espandere il prestigio italiano, per colmare la distanza con le altre potenze europee, per dimostrarsi moderni, con la speranza di ricavarne vantaggi economici, commerciali e geostrategici. Ma anche per civilizzare, con autentica convinzione, perché ci credevano veramente in quella missione.

Ma credere in una missione civilizzatrice auto-assegnata, non fa di te un civilizzatore.

La storiografia ribattezzata in questo articolo come classica in tema di colonialismo italiano ha la grande colpa di rischiare la propria credibilità non solo con la poca incisività nel dibattito pubblico e persino nel mondo accademico dove rimane un argomento di nicchia, ma anche compiendo imbarazzanti scivoloni quando in occasioni di mostre ed esposizioni si dimostra raffazzonata, imprecisa e pressapochista. Giustificando gli errori con semplici sviste.[12] E non è così che si racconta la Storia. La recente mostra sul colonialismo italiano a Torino, pare abbia compiuto notevoli errori nelle sue esposizioni, offrendo facilmente il fianco alle fondate critiche di Alpozzi.[13]

Ogni Storia è Storia contemporanea

E qui torniamo alla contemporaneità. “Perché ogni Storia che si scrive è sempre Storia contemporanea.” [14]

Ma in fondo di questo colonialismo, cosa ci importa? Se persino la storiografica classica impatta così poco nel dibattito pubblico, quanta presa può avere la storiografica revisionista di Alpozzi?

Fino a poco tempo fa sarebbe stato corretto rispondere a queste domande con: ben poco. Se non niente. Oggi le cose potrebbero andare diversamente. Magari non oggi o nei prossimi mesi, ma forse nei prossimi anni. E il motivo è intimamente connesso alla geopolitica.

Una parte conclusiva della conferenza è stata dedicata proprio alla geopolitica. Giovanni Feola, presidente dell’Associazione Acca Larenzia, è intervenuto sul tema con argomenti significativi: cosa c’entra il colonialismo e in particolare questo revisionismo della storia coloniale italiana con la geopolitica?

Molto, risponderei.

Da Feola viene citato il libro bianco della difesa[15] e il concetto di Mediterraneo Allargato, cioè una fascia del Mediterraneo esteso al Mar Rosso fino al Golfo di Aden di interesse strategico per l’Italia. Le istituzioni italiane e le riviste geopolitiche[16], già da tempo, parlano di questi concetti geo-strategici, perché l’Italia si trova ancora nello stesso luogo di un secolo fa e tanto ieri come oggi, il Bel Paese necessita della libera navigazione nelle acque intorno allo stivale, del passaggio negli stretti da Gibilterra a Suez, della sicurezza e stabilità di Bab el Mandeb e del Golfo di Aden e della stabilità del proprio estero vicino cioè Nord Africa e Balcani. Non a caso gli interessi dell’Italia unitaria liberale e fascista poi, si sono indirizzati attraverso la violenza verso i Balcani e il Mediterraneo Orientale. Ma anche verso la Libia nel Nord Africa come ripiego e consolazione della Tunisia e dell’Egitto, la prima sottratta dai francesi, il secondo dagli inglesi. E per ultimo ma non per importanza, nel corno d’Africa per cercare di contare qualcosa lì dove si accede al Mar Rosso, parte di quel grande Mediterraneo Allargato. Tutte regioni nelle quali l’Italia è stata sempre più inerte negli ultimi anni. Non solo per atavica indolenza delle classi dirigente, spesso poco all’altezza delle sfide del loro tempo. Ma anche per altri due motivi. Il primo è che siamo popolo sconfitto nella Seconda guerra mondiale e quindi inseriti in un sistema di alleanze dove non possiamo scegliere agevolmente amici e nemici. Da questo è derivata anche una nostra incapacità di giudicare concretamente le nostre capacità, i nostri limiti. Il secondo, perché ci siamo illusi che dopo il crollo dell’Unione Sovietica non si sarebbero più palesati grandi rivali e grandi sfide. Errore grave, speriamo non fatale. Questi elementi hanno probabilmente determinato una minore propensione degli italiani a tutelare il proprio spazio geo-strategico.

Non dovrebbe essere blasfema la politica estera, tantomeno riconoscere apertamente propri interessi geo-strategici, soprattutto in un momento di instabilità internazionale nella quale il mondo si trova. Il cambiamento che deve necessariamente attraversare l’Italia di cui si faceva cenno ad inizio articolo consiste in questo: saper recuperare un ruolo attivo nel mondo, anche attraverso una più attiva presenza estera. Ma per farlo, il rapporto che il popolo italiano deve avere con se stesso e quindi con il proprio passato deve trovare una configurazione idonea. Un’autocoscienza vera, meditata, ed elaborata. Non perché nel passato si sono utilizzati strumenti inadeguati e violenti allora dovremmo dismettere ogni strumento, come invece abbiamo avuto la tendenza a fare. Ma tentare di assolvere il nostro passato solo per poter recuperare alcuni strumenti di politica estera è una tendenza pericolosa. Da una parte, perché si rischia di ri-legittimare alcuni di questi strumenti dismessi che è meglio lasciare arrugginire nei magazzini, dall’altra perché si rischia di ricostruire un’identità italiana non sulla consapevolezza di quel che siamo stati, ma sulla base di quello che vorremmo essere stati, sciogliendoci in una dolce indulgenza di crimini e nefandezze che cancellare sarebbe impossibile e ingiusto. E non perché le abbiamo compiute solo noi nella Storia. Ma perché le abbiamo compiute anche noi nella Storia.

Dalla rivista “L’Italia Coloniale”, Anno IV, 9 settembre 1927

La vera domanda è: può essere possibile ri-acquisire un ruolo attivo nel mondo e nella Storia, una politica estera, un co-protagonismo nei settori chiave geo-strategici di nostro interesse senza necessariamente raccontare la nostra Storia come il classico cammino dell’eroe? O un popolo deve per forza raccontarsi che tutto sommato i propri errori sono stati marginali in confronto alle tante opere pie compiute, altrimenti non riesce a guardarsi allo specchio e a vivere?

Mi sento di dire che non siamo soli in questa sfida, ma in illustre compagnia. Altri popoli –specie occidentali e ancora meglio, europei – si trovano in questa complicatissima situazione, cioè quella di tornare nella Storia – direbbe qualcuno[17] – resistendo alla tentazione di quella voce interiore che dice: “beh, tutto sommato, così cattivo non lo sei mai stato.”


Riferimenti bibliografici

[1] Così pare sia stato definito da Lenin in alcune sue opere e viene spesso ripetuto da vari autori, in questo caso Nicola Labanca lo spiega nel suo libro Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna p.249

[2] https://www.rainews.it/video/2024/01/acca-larentia-le-immagini-della-commemorazione-con-i-saluti-romani-a642c7e8-deef-4457-8cb3-77b14af4358e.html

[3] Se non bastano i quattro volumi di Del Boca Gli italiani in Africa Orientale editi da Mondadori o l’Oltremare. Storia del colonialismo italiano di Nicola Labanca edito da Il Mulino, molti sono i volumi che si potrebbero citare. Addirittura, si trova anche su YouTube un buon approfondimento sul colonialismo italiano da parte di vari canali

[4] Lo stesso Del Boca in Gli Italiani in Africa, volume 4. Nostalgie per le colonie Mondadori, Milano, 1984, già riconosceva e raccontava questa storia. E Alpozzi fa bene a ricordarlo nei suoi articoli. Eppure accusa la storiografia classica di occultare queste verità.

[5] Alberto Alpozzi, Friedrich Engels, padre del comunismo, razzista e colonialista

[6] Edward W. Said, Orientalism, London, Penguin Books, 2003, In questo libro Edward Said mette in relazione proprio cultura e colonialismo, argomentando che una comune matrice culturale europea fosse la base e il sostegno dello sforzo coloniale dei grandi imperi tra Ottocento e Novecento.

[7] La legge francese 158-2005, nel suo articolo 4, esplicitamente riconosceva di dover insegnare che il colonialismo francese oltremare aveva avuto un ruolo positivo. L’articolo è stato poi abrogato poco tempo dopo. Visionabile qui

[8] Curiosamente, tutto ciò è perfettamente riconosciuto da Alberto Alpozzi nei suoi articoli: Alberto Alpozzi, Razzismo, madamato e fascismo. L’ignoranza di chi piega la storia all’ideologia, Italia Coloniale, 11 dicembre 2019, ma anche in questo caso il senso dell’articolo porta più alla conclusione che il fascismo è un prodotto del clima culturale dell’epoca, quindi meno condannabile perché inserito in un contesto più ampio di razzismo e discriminazione.

[9] La definizione di fascismo come parentesi della storia d’Italia è di Benedetto Croce comparsa più volte nei suoi discorsi e poi ne La libertà italiana nella libertà del mondo, in Scritti e discorsi politici, 1° vol., pp. 54-62

[10] Alberto Alpozzi, “Faccetta Nera”. La canzone che dovrebbe piacere alla sinistra, Italia Coloniale, 11 novembre 2022

[11] The White Man’s Burden è una poesia del poeta inglese Rudyard Kipling. La conquista con lo scopo di civilizzare le popolazioni indigene fu per tutto il periodo coloniale un modo attraverso il quale si è tentato di legittimare ogni sforzo profuso dagli europei in tal senso. E fu veramente un argomento usato da tutti i paesi europei, Italia compresa.

[12] Mimmo di Marzio, Il museo si scusa con la famiglia del gerarca per le bugie sul colonialismo in Somalia, Il Giornale, 15 novembre 2023

[13] Mimmo Di Marzio, L’Italia coloniale in mostra è una collezione di errori, Il Giornale, 7 novembre 2023

[14] citazione di Benedetto Croce in La storia come pensiero e come azione. Bari: Laterza, 1938, p. 5 E questa la troviamo pertinente e veritiera

[15] Una sorta di vademecum e guida per la difesa nazionale. L’ultimo risale al 2015 ed è reperibile qui

[16] Nel panorama culturale di settore, sembra stia emergendo sempre più interesse nel mediterraneo allargato e negli interessi geostrategici del paese in funzione di una necessità di maggiore attivismo in politica estera. Oltre al nuovo piano Mattei italiano del primo ministro Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Crosetto è intervenuto più volte, per esporre e denunciare, le manchevolezze del nostro esercito, come nell’intervista rilasciata nella trasmissione Quarta Repubblica. Recentemente si è accodato anche il capo di stato maggiore della difesa in un articolo di Rinaldo Frignani, Il capo di Stato maggiore Carmine Masiello: «L’Esercito italiano va potenziato, dobbiamo fare in fretta. Servono più tecnologie e più soldati», il Corriere, 3 maggio 2024; Ma questi concetti vengono ripetuti dalle riviste di geopolitica e di politica internazionale. Due di geopolitica, come Limes e Domino e una di politica internazionale come ISPI

[17] Si fa riferimento in questo caso, a Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 2017, libro nel quale l’autore, riprendendo l’interpretazione filosofica che Hegel fa della Storia, argomenta che la civiltà occidentale ritiene di essere arrivata alla massima manifestazione possibile di progresso e che quindi la Storia come processo in movimento di avanzamento umano, sia giunta al termine. Secondo questo tipo di approccio, all’occidente non resterebbe altro che attendere che il resto del mondo si occidentalizzi

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