La “corsa al Pacifico”: gli atolli al centro della sfida geopolitica tra Cina e Stati Uniti

L’importanza strategica degli atolli e degli isolotti dell’Oceania settentrionale, specialmente come possibili punti d’appoggio militari delle Marine dei due Paesi.

Nello studio dello scontro geopolitico nel Pacifico tra Cina e Stati Uniti, molto spesso ci si concentra quasi unicamente sugli specchi d’acqua più occidentali, sottovalutando l’importanza strategica centrale di tutti quei territori al di là della famosa “prima linea di isole”. Per quanto gli avvenimenti attorno alle contestate isole Senkaku-Diaoyu, allo stretto di Taiwan, e al caldissimo Mare Cinese Meridionale siano quelli che ricevono la maggiore attenzione della stampa e degli analisti occidentali, essi compongono solo una parte degli interessi oceanici delle due superpotenze.

Per controllare le rotte commerciali dello specchio d’acqua più grande al mondo, linfa vitale della talassocrazia statunitense, la miriade di atolli e isolotti dell’Oceania settentrionale si trovano in una posizione strategica unica, specialmente come possibili punti d’appoggio militari delle Marine dei due contendenti.

E se la Cina vede frustrate le sue velleità di espansionismo oceanico dalla suddetta prima linea di contenimento a stelle e strisce, ecco che, in linea con i dettami del weiqi,[1] un’ambiziosa manovra di accerchiamento a partire da queste isole potrebbe volgere le sorti della partita a suo favore.

Le manovre cinesi nel Pacifico blu

Il corteggiamento cinese verso i piccoli stati insulari della regione non è certo una novità. L’attrattiva degli ingenti investimenti promessi dalla Belt and Road Initiative, il grande progetto infrastrutturale globale lanciato da Xi Jinping nel 2013, ha già persuaso i governi di Papua Nuova Guinea, Vanuatu, Tonga, Fiji, Isole Cook, Kiribati, Samoa, Isole Salomone e addirittura Nuova Zelanda a ripudiare i legami diplomatici con Taiwan, e a legare fortemente le proprie economie con quelle della Cina. Ormai solo Palau, Nauru, Tuvalu e le Isole Marshall, roccaforte statunitense consolidata dalla vicina base di Guam, mantengono rapporti formali con Taipei.

Il caso della Papua Nuova Guinea è particolarmente indicativo della vera e propria guerra di soft power in atto nel Pacifico Blu. L’isola, la più popolosa della regione con i suoi quasi 9 milioni di abitanti, è storicamente parte della sfera d’influenza australiana, sia per vicinanza geografica che per interscambio economico. Ciò nonostante, oltre all’adesione alla Bri, ingenti investimenti cinesi in ambito tecnologico hanno portato alla costruzione di un centro di raccolta dati nazionale, realizzato da Huawei nella capitale Port Moresby, ed un cavo in fibra ottica che collega il paese con l’Indonesia.

La possibilità per la Cina di controllare il flusso di dati in entrata ed uscita, denunciata prontamente dall’Australia, ha conseguentemente spinto quest’ultima a finanziare un altro cavo in fibra ottica, che la colleghi direttamente alla Papua Nuova Guinea e alle Isole Salomone, senza il rischio di pericolose intercettazioni altrui. Ancora più preoccupazione ha destato il progetto proposto da un’impresa di Hong Kong per la costruzione di una città interamente made in China sull’isola papuana di Daru, a soli 200km dal continente australiano.

Nonostante non sia ancora chiaro se tale città vedrà mai la luce, le parole del primo ministro papuano non fanno certo dormire sonni tranquilli al governo di Canberra: “Se un investitore straniero vuole venire in Papua Nuova Guinea con investimenti multimilionari, la Papua Nuova Guinea non li fermerà a condizione che le leggi vengano rispettate e la gente del posto ne tragga vantaggio”.[2] Parole che simbolizzano il maggiore interesse verso la crescita economica nazionale, piuttosto che la lealtà geopolitica.

La risposta australiana e statunitense – ricordiamo che i due paesi sono strettamente legati dagli accordi Quad e Aukus, non si è fatta attendere. In primis, hanno cofinanziato la costruzione di una base militare navale a Lombrum, che consente sia un miglior sostegno logistico ai quattro nuovi pattugliatori (PPB) della classe “Guardian” recentemente donati dagli australiani alla Papua Nuova Guinea, sia l’eventuale supporto ad unità maggiori australiane ed americane operanti nell’area pacifica a nord dell’Indonesia nel cosiddetto Mare di Bismarck. Inoltre, oltre ad addestrarne i soldati, dal 2020 Washington si è assicurata la possibilità di schierare delle proprie truppe sul territorio, nell’ambito di una rotazione che coinvolge anche Thailandia e Filippine.

Spostandoci poco più ad Est, le mire della Cina si sono più recentemente concentrate sulle Isole Salomone, con le quali nell’aprile dello scorso anno ha firmato un accordo di sicurezza che potrebbe rafforzare notevolmente la presenza militare di Pechino in Oceania. In esso è prevista la possibilità di invio di truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione nel piccolo arcipelago per mantenere l’ordine sociale. Preoccupazione che era già stata espressa al governo di Honiara nel novembre precedente, quando alcune rivolte locali avevano minacciato numerosi distaccamenti delle imprese cinesi presenti sul territorio (il 46% dell’interscambio commerciale delle Isole Salomone è verso la Cina).

A far preoccupare maggiormente gli Stati Uniti e i propri alleati è una clausola che prevederebbe la possibilità, previo consenso del governo locale, di utilizzare i porti dell’arcipelago come scalo navale per le proprie operazioni nel Pacifico.

Il pericolo che in futuro Pechino possa stabilire in loco una propria base militare, sebbene tale ipotesi sia stata smentita più volte da entrambe le parti dell’accordo, è una chiara dimostrazione del tentativo di erosione della storica sfera d’influenza australiana in una zona ad essa così vicina, e segna una vittoria importante nel tentativo cinese di superare l’accerchiamento statunitense a ridosso delle proprie coste. In tale ottica vanno considerati i rumors che fino a qualche anno fa suggerivano la possibilità di un’installazione militare cinese a Vanuatu, anch’essi smentiti.

Rimanendo nel “giardino di casa” australiano, i desideri cinesi di proporsi come partners privilegiati nel campo delle comunicazioni a Tonga, dopo le devastazioni subite dall’arcipelago in seguito al maremoto del gennaio scorso, sono stati frustrati sul nascere dagli americani, che per l’evenienza hanno richiesto l’aiuto di Elon Musk e dei suoi satelliti Starlink – un’anticipazione di ciò che abbiamo visto anche nel teatro ucraino.

Le parnerships multilaterali nel Pacifico parlano ancora la lingua del Quad

Anche se la Cina sta riducendo il divario con gli Stati Uniti nel Pacifico, Washington e alleati rimangono ad oggi nettamente i più forti nell’area. Il fondamentale hub militare a Guam, nelle Isole Marianne, unito alle basi nelle Hawaii e alla presenza di militari americani nelle Filippine, a Singapore e in Giappone rende il Pacifico un “mare a stelle e strisce”. Anche dal punto di vista di soft power, la Cina, nonostante gli ottimi risultati nelle Isole Salomone, fatica ad imporsi come una solida alternativa.

Il viaggio dell’ormai ex ministro degli esteri Wang Yi in Oceania (26 maggio – 4 giugno 2022) non si è concluso come Xi avrebbe sperato. Durante un summit con i ministri degli esteri di nove paesi della regione, Papua Nuova Guinea, Figi, Isole Salomone, Micronesia, Vanuatu, Niue, Samoa, Kiribati e Tonga, questi hanno rifiutato di sottoscrivere un patto regionale avente per oggetto rapporti economici e securitari con la Cina.

Il primo a denunciare gli interessi sottintesi a simili accordi è stata la Micronesia, storico alleato americano, seguita poi a ruota dagli altri invitati, che hanno chiesto di rimandarne la firma a futuri incontri. Non è riuscito quindi un remake del successo con Honiara di qualche mese prima; ciò nonostante, Pechino sa di avere buone carte da giocare per persuadere gli arcipelaghi, vista anche la partecipazione di molti di essi alle Nuove Vie della Seta.

L’attivismo cinese nella regione ha prodotto uno speculare interesse diplomatico americano, a cui viene da decenni contestato il disinteresse nella stesura di accordi multilaterali e diplomatici nell’area (basti pensare che le Isole Salomone sono senza un ambasciatore americano da 30 anni).

In giugno, subito dopo il tour di Wang, Stati Uniti, Giappone, Australia e Nuova Zelanda hanno lanciato l’iniziativa Partners del Pacifico Blu (Pbp): un’alternativa, seppur inferiore numericamente, alla Bri, finalizzata all’incremento dell’interscambio nel campo economico e militare, e al coinvolgimento dei grandi istituti finanziari occidentali negli investimenti per lo sviluppo regionale. Ad esso si è aggiunto in settembre il primo US-Pacific Islands Country Summit, tenuto dal presidente Biden a Washington, nel quale è stato stilato un piano di 810 milioni di dollari di aiuti agli arcipelaghi pacifici, specialmente nel campo della lotta al cambiamento climatico, priorità più volte ribadita dai leader della regione minacciati in particolare dall’innalzamento del livello dei mari.

Anche Giappone e Australia non sono stati a guardare. Sempre a giugno, Tokyo ha ospitato per la prima volta il Pacific amphibious leaders symposium (Pals), finalizzato al coordinamento con i comandanti delle Forze Armate di 18 paesi affacciati sul Pacifico – con Taiwan da osservatore interessato. Canberra a sua volta ha promesso l’apertura di una scuola per l’addestramento militare dei propri vicini, e ha promesso investimenti nella sorveglianza delle aree di pesca minacciate dall’aggressiva guardia costiera cinese, e in infrastrutture resistenti ai crescenti livelli del mare.

La competizione geopolitica del secolo, come è stata ribattezzata la sfida tra Cina e Stati Uniti, non risparmia neppure quest’area del mondo, che solo apparentemente può sembrare di importanza secondaria. I desideri cinesi sono chiari: distrarre la superpotenza americana dalla prima linea di isole, per non dover puntare tutte le proprie carte sulla riunificazione di Taiwan, che rimane primo obiettivo strategico. Gli Stati Uniti rispondono cercando di coinvolgere più possibile gli alleati nella regione -si veda il promesso riarmo giapponese e gli accordi Aukus con l’Australia – flettendo i muscoli con la propria superiorità di basi militari e di qualità della marina. Il gioco dell’accerchiamento nel Pacifico è solo agli inizi.


[1] Gioco tradizionale cinese, il cui significato letterale è proprio “accerchiare”

[2] Cfr. https://www.limesonline.com/rubrica/cina-papua-nuova-guinea-isola-daru-australia

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